violenza donne

I finanziamenti europei contro la violenza alle donne. Il fenomeno della prostituzione: autodeterminazione della donna o violenza?

I programmi ed i fondi europei contro la violenza alle donne.

L’Unione Europea si impegna da sempre – sia politicamente che finanziariamente – nel contrasto alla violenza sulle donne, stanziando milioni di euro per la promozione di progetti transnazionali con lo scopo di supportare le organizzazioni non profit attive in questo settore, adottare misure preventive, sviluppare azioni mirate alla sensibilizzazione, individuare informazioni e buone pratiche, offrire supporto e protezione alle vittime ed ai gruppi a rischio. Con l’obiettivo specifico di contribuire alla prevenzione e alla lotta contro tutte le forme di violenza che si verificano in ambito pubblico e privato, incluso lo sfruttamento sessuale e la tratta, la Commissione Europea ha, pertanto, istituito per il periodo 2000-2003 il programma “Daphne”, seguito poi dai successivi programmi Daphne II (2004-2008) e Daphne III (2007-2013), i quali sono attualmente confluiti tutti nel programma “Diritti, uguaglianza e cittadinanza”. La call for proposal per i progetti da presentare con la finalità di prevenire e combattere la violenza contro bambini, giovani e donne scade il 13 giugno 2019. Scarica da qui il bando

La genialità della legge Merlin in Italia: Dignità vs Libertà sessuale o Consenso vs Costrizione?

A sessant’anni dall’entrata in vigore della legge 20 febbraio 1958, n. 75 – nota come Legge Merlin – che liberalizzò la prostituzione e liberò dalla stigmatizzazione sociale (le donne erano schedate e non avevano pari diritti rispetto a tutte le altre: leggi “Lettere dalle case chiuse”) tutte le donne che, volontariamente o meno, la esercitavano, il dibattito è tutt’altro che chiuso: la prostituzione è una forma di violenza? I luoghi dove essa si esercita sono luoghi di piacere o di sfruttamento?  La polemica è accesa e la politica italiana propone ancora una volta l’abrogazione e/o la modifica della Legge Merlin e il ritorno al modello neo-regolamentarista con conseguente depenalizzazione delle condotte tipiche collegate al fenomeno prostitutivo ed all’industria del sesso, ciò facendo ripristinando l’esercizio della prostituzione in luoghi chiusi e trattando quest’ultima alla stregua di una qualunque attività lavorativa.

In Italia, la Legge Merlin, che oggi si inserisce in un sistema delle fonti nazionali e sovranazionali complesso, valorizza e tutela la libertà personale (intesa anche come libertà sessuale) ai sensi dell’art. 2 Cost., l’autodeterminazione della donna ex art. 3 Cost. e l’autonomia personale. Scegliendo di non disciplinare la prostituzione e, quindi, consentirla, non la considera reato, purchè essa sia liberamente esercitata, nonchè allo stesso tempo punisce tutta una serie di condotte di contorno al fenomeno, quali ad esempio lo sfruttamento, il favoreggiamento, l’induzione e l’adescamento. La genialità della legge sta, quindi, nel contemperare i contrapposti interessi quali la dignità umana – da un lato – e l’autodeterminazione e la libertà sessuale della donna – dall’altro, non dimenticando di dare risalto alla libera scelta, al consenso della donna e sanzionando le ipotesi di costrizione che configurano i vari reati legati al fenomeno.

Il mestiere più antico del mondo: un lavoro come tutti gli altri?

Paesi europei, come Olanda e Germania, hanno deciso di adottare il modello neo-regolamentarista. In particolare, l’attuale legislazione tedesca, con il ProstG del 2002, Prostitutionsgesetz: Gesetz zur Regelung der Rechtsverhältnisse der Prostituierten, considera la prostituzione non più come un fenomeno immorale (da cui deriva nullità e/o invalidità del contratto), bensì un’attività lavorativa come qualunque altra, che va regolamentata.

In Italia, invece, da una parte si registrano numerosi movimenti a favore della legalizzazione, che si battono per il riconoscimento dei diritti delle lavoratrici e lavoratori del sesso, cd.  “Sex Workers” (le cui posizioni sono state sostenute peraltro da organizzazioni internazionali come Amnesty International), dall’altra crescono le organizzazioni femministe contro la legalizzazione della prostituzione che chiedono al Parlamento italiano di adottare normative che puniscano il cliente e tendano ad abolire del tutto il fenomeno della prostituzione, sulla base delle esperienze giuridiche del Nord Europa e dei modelli neo-proibizionisti tipici di Paesi come la Svezia e la Danimarca, che rifiutano l’idea della prostituzione come lavoro, in quanto lesiva della dignità della persona umana, e che criminalizzano di conseguenza il cliente e non la prostituta, vittima di un sistema che trae profitto dalla mercificazione del corpo delle donne. Attualmente, in Italia, una delle più importanti campagne contro lo sfruttamento della prostituzione ed in favore della criminalizzazione del cliente è: “Questo è il mio corpo”.

A livello europeo, seppur priva di valore vincolante, ma che costituisce un monito agli Stati, va segnalata la risoluzione del Parlamento Europeo del 26 Febbraio 2014, sul tema della prostituzione e parità di genere, che – secondo un approccio di tipo femminista/proibizionista – riconosce la prostituzione come violazione dei diritti umani e della dignità umana che concorre a perpetuare le disuguaglianze di genere e sociali in una società patriarcale dove chi ha il potere (gli uomini) compra ciò che vuole da chi non ha nulla da offrire se non il proprio corpo, una forma di violenza dell’uomo contro la donna, che perde la sua umanità e la cui sessualità, diviene merce acquistabile. Pertanto, l’adozione da parte degli Stati del modello neo-proibizionista si ritiene sia il primo passo verso la parità tra i sessi.

Sesso e diritto.

La questione resta aperta e, nella cattolica Italia, l’idea di sottrarre all’omissione di regolazione fenomeni come la sessualità risulta essere una strada difficile da percorrere. E’ evidente, però, come nelle esperienze dei vari Paesi europei ed extra-europei le relazioni sociali tra uomini e donne e l’idea della sessualità che stanno alla base di una data cultura giuridica sono destinate ad influenzare le scelte del Legislatore e a ridisegnare eventualmente i rapporti tra sesso, diritto e mercato e/o non-mercato, nonchè a spostare il confine tra l’area della negoziazione, dello scambio e la sfera dell’indisponibile fino a raggiungere le relazioni più intime e private, introducendo una contrattualizzazione delle relazioni sessuali anche in contesti a carattere non strettamente commerciale.

Voi che ne pensate?

Iscriviti alla Newsletter



No Comments

Post A Comment

Condividi28
Tweet
+1
Condividi